Monday, May 07, 2012

Polar 2.0

Ci sono parole che racchiudono in loro stesse tutto un mondo, che riescono a evocare da sole tutto un universo di sensazioni, di ricordi, di odori, di rumori, di emozioni. Una di queste è la parola francese "polar", un neologismo nato dall'unione di "policier" (poliziesco) e "noir", a dar vita a un nuovo termine basato su un suono piuttosto che sull'unione precisa di due parole. 
Polar è uno strano termine. Da non confondere con "polaire", che significa polare, ha comunque qualche attinenza con il suo vicino di vocabolario. Il polar identifica i romanzi e i film polizieschi che indagano sul background emozionale e sentimentale dei criminali e su quello degli uomini della legge, non esitando a scavare nelle vertigini psicologiche e nei baratri esistenziali di chi frequenta il mondo della malavita e registrando anche le cronache della quotidianità di chi la combatte. E per questo motivo non si può negare che il polar abbia una natura fredda, glaciale, impermeabile e apparentemente indifferente a ogni tipo di emozioni. O almeno, ce l'ha chi ha il coraggio di sviscerare le storie di questi personaggi, di mettere in piazza le loro storie senza trascurare nulla, senza compiacimenti e senza riserve. 
Negli anni '60 e '70 il polar francese era quello di Henri Verneuil, di Jacques Deray, di José Giovanni, di Alain Courneau, e del grande Jean-Pierre Melville. Qualche titolo? Guardato a vista, Il cerchio rosso, Frank Costello faccia d'angelo, Morte di una carogna. I protagonisti? Alain Delon, Jean-Paul Belmondo, Lino Ventura, Jean Gabin e Yves Montand.
Una grande tradizione, che rischiava di restare cristallizzata in un'epoca ben precisa, in attesa di essere archiviata come reperto di uno stile cinematografico del passato. E invece, una trentina d'anni dopo, ecco la sorpresa: il polar rinasce. E non come rivisitazione dalle implicazioni postmoderne studiata a tavolino ma come fenomeno totalmente nuovo e autonomo. Il punto di partenza è lo stesso, la voglia di raccontare senza remore il grigiore, la violenza e le malinconie del backstage della vita dei criminali e di portare sullo schermo pure la difficile esistenza di chi sta dall'altra parte della barricata. Ma le storie sono totalmente nuove e al citazionismo si preferisce la voglia di creare un linguaggio nuovo. Raccolgono il testimone nuovi registi, da Frédéric Schoendorffer a Olivier Marchal, e attori dai volti moderni, da Jean Reno a Gérard Depardieu, da Vincent Cassel a Daniel Auteuil, e cominciano a nascere dei capisaldi di questo filone. Questi film che segnano una nuova strada si chiamano 36 Quai des Orfèvres, L'ultima missione, Agents secrets e La legge del crimine, giusto per citarne qualcuno. 
Questa una rapidissima sintesi. Ma se invece volete saperne di più sul genere, che ha avuto il suo ennesimo rilancio con la serie tv Braquo, potete soddisfare tutte le vostre curiosità leggendo Polar 2.0 (a cura di Mariolina Diana e Michele Raga, Edizioni Il Foglio, 15 euro), pubblicato nella collana Il cinema diretta da Fabio Zanello. I saggi contenuti nel libro disegnano un panorama esaustivo di questo genere e comprendono alcune vere chicche da cinefili, tra cui segnalo uno splendido ritratto di Olivier Marchal cesellato da Fulvio Fulvi. 







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