Fantasmi d’amore. Il gotico italiano tra cinema, letteratura e tv di Roberto Curti (Lindau, 504 pagg., 32 euro) è un libro di grande valore. Per vari motivi.
Innanzitutto perché crea tutta una serie di inquadramenti storici continui, che fanno scaturire ogni fenomeno da un contesto ben preciso, definendo una solida struttura di azioni e reazioni (a catena).
E poi, tra le altre cose, perché è un libro estremamente democratico, che riesce a evitare il rischio di puntare i riflettori sui soliti autori e sui soliti capolavori, e punta invece su una visione allargata in cui si prendono in considerazione esempi più o meno noti, senza però scadere nella tentazione di segno opposto, ovvero di privilegiare in modo esagerato ciò che c’è di più trash e di bizzarro.
Il lavoro di Curti è molto equilibrato: con un aplomb da saggista anglosassone, l’autore guarda le cose con il giusto distacco, senza farsi prendere troppo la mano, mantenendo e trasmettendo il gusto del vero appassionato.
Il libro di Curti è concepito come un’architettura, e non a caso il discorso sull’architettura ricorre spesso nella trattazione. Il saggio è strutturato come una complessa costruzione architettonica, ricca di intersezioni e di correlazioni, che a prima vista ricordano le mille diramazioni dei link di internet, ma che a un esame più attento evocano l’ossatura di un’architettura monumentale, ricco di infilate di stanze che portano ad altre stanze, di corridoi, di cunicoli, di passaggi segreti, di sotterranei da scoprire.
Labirintico e monumentale, Fantasmi d’amore è un libro composto di stratificazioni di concetti, di storie e di idee. Roberto Curti, che conosce a fondo la materia, ha creato una prima piattaforma di riferimenti di base, introducendo il tema facendo riferimento alla grande tradizione letteraria, fissando così l’impalcatura o le fondazioni (che dir si voglia) del suo complesso monumentale. Poi, capitolo dopo capitolo, ha sviluppato la sua architettura, che non segue soltanto un criterio temporale, ma che si estende, si restringe, si dilata e si alza a seconda di mille possibili suggestioni, misurandosi con affinità elettive, scelte stilistiche e assonanze più o meno celate.
Ne deriva una costruzione straordinariamente solida, dove è bellissimo perdersi e vagare, certi di poter sempre contare su una griglia chiara e precisa di riferimenti che permette di uscire in qualsiasi momento da questo intrigante labirinto.
Una metafora, questa del libro come architettura, avallata indirettamente dallo stesso autore, come già abbiamo accennato all’inizio. Tra i tanti filoni rintracciabili nel libro, quello delle case infestate è uno dei Leitmotiv più affascinanti. Penso all’analisi puntuale di Inferno di Dario Argento, con l’interessante e azzeccato raffronto tra l’architetto Varelli e Anton Phibes, ma anche ai riferimenti alle case maledette di vari horror italiani anni ‘70.
E poi, uscendo dalla metafora dell’architettura letteraria - che potrebbe essere ulteriormente sviluppata, considerando come il modello dei romanzi di Perec possa essere trasferito con successo ad un saggio- mi limito ad elencare alcune notazioni in ordine sparso.
Nel saggio di Curti, tra le altre cose:
- Suspiria viene spiegato anche attraverso Frank Wedekind
- si nota che il Segno del comando rende omaggio a un racconto di Prosper Merimée
- si citano molti attori da riscoprire, come Mickey Hargitay, padre di Mariska Hargitay (Olivia di Law & Order) e marito di Jayne Mansfield
- ci sono moltissimi rimandi interni tra film di diversi autori
- si evidenziano le citazioni artistiche, da Boecklin a Magritte, di Dellamorte Dellamore
- si lavora sempre di cesello, con critiche puntuali e raffinate: valga per tutti il distinguo tra Gaslight di George Cukor e di Thorold Dickinson
Insomma, Fantasmi d’amore è un libro che non può mancare nella biblioteca dello studioso e dell’appassionato. Ma soprattutto è uno straordinario intreccio di rimandi e di citazioni da dipanare, da gustare, da leggere. In poche parole, ve lo consiglio caldamente.
