As time goes by cantata da Dooley Wilson in Casablanca, Yesterday dei Beatles, It was a very good year di Frank Sinatra, Celeste nostalgia di Cocciante, Nostalgia canaglia di Al Bano, Memories da Cats, Remember delle Shangri-La, Free Four dei Pink Floyd...Sono molte le canzoni che inneggiano al gusto per il passato, al ricordo, alla voglia di cullarsi con le memorie del tempo che fu.
Tutto bene. Se non fosse che il senso della nostalgia ultimamente è diventato predominante e rischia di monopolizzare gran parte della nostra esistenza. Un fenomeno messo in luce dal critico musicale Simon Reynolds, autore di Retromania (ISBN Edizioni), un libro che spiega con dovizia di particolari come e perché il desiderio di ricercare il tempo perduto si stia transformando in una sorta di sirena cui la generazione dei quaranta-cinquantenni non sa resistere. Da tempo immemorabile si celebra la golden age della musica italiana anni ‘60, e poi, a ruota, si sono riscoperti gli anni ‘70 in tutte le loro forme, e quindi gli anni ‘80, facendoli sembrare anche più belli di quello che erano. E non solo di musica si tratta: basta andare a un mercatino dell’antiquariato o fare un giro su eBay per rendersi conto che qualsiasi oggetto che profumi di nostalgia è considerato alla stessa stregua di un pezzo da museo. E seguendo questo principio, si fanno riedizioni, si lanciano sul mercato special editions e collectors edition, e si riportano alla ribalta talenti temporaneamente dimenticati. Non mi sento di criticare questa grande ondata di nostalgia. Io stesso su Facebook ho creato il gruppo “Noi che (SL version)”, dedicato ai nostalgici del primo periodo di Second Life. Trovo che la “Retromania”, come la chiama Reynolds, abbia dato vita a una serie di operazioni interessanti, importanti anche per salvaguardare l’identità di un certo periodo storico. Tuttavia credo che accanto ai remake dei film di una volta, alle nuove interpretazioni delle canzoni di una volta, alle riedizioni dei mobili di una volta possa esserci spazio per il nuovo, per tutto quello che parla la lingua del futuro. E il libro di Reynolds è un ottimo vademecum per imparare a continuare ad apprezzare il passato, ma tenendo un occhio puntato sul presente.
Monday, November 21, 2011
Monday, November 07, 2011
Neoludica
Nel giro di 15 anni il mondo dei videogames ha subito diversi cambiamenti, se non vere e proprie rivoluzioni. Due sono le principali svolte. La prima si è registrata alla metà degli anni ‘90, con l’evoluzione grafica dei videogiochi, che diventano molto più accattivanti grazie al 3D. Basti pensare al trionfo di giochi usciti dal 1996 in poi, da Duke Nukem, a Tomb Raider a Quake. La seconda rivoluzione videoludica invece è più recente: è iniziata nei primi anni del nuovo millennio e contempla il progressivo sdoganamento dei videogiochi in chiave culturale, con il loro riconoscimento come forma d’arte a tutti gli effetti. Da qualche anno ai videogames si interessano i cultori dei game dei studies, che ne analizzano le dinamiche interne, i cultori del videogioco in se stesso, che scrivono soprattutto per le riviste specializzate, e gli studiosi di altre materie, che applicano le loro ricerche in ambito videoludico, offrendo inediti punti di vista.
In quest'ambito si muove il libro Arte e videogames. Neoludica 2011-1966, a cura di Debora Ferrari e Luca Traini (Skira, 256 pagine, 26 euro). Nel volume 15 curatori hanno scelto 33 artisti il cui lavoro è influenzato dalla cultura videoludica, per metterne in luce la poetica e le relazioni. Ne è derivato un lavoro interessante, ricco di punti di vista inediti che testimoniano la possibilità di traghettare il videogioco da una dimensione di puro divertimento a un territorio prettamente artistico.
In quest'ambito si muove il libro Arte e videogames. Neoludica 2011-1966, a cura di Debora Ferrari e Luca Traini (Skira, 256 pagine, 26 euro). Nel volume 15 curatori hanno scelto 33 artisti il cui lavoro è influenzato dalla cultura videoludica, per metterne in luce la poetica e le relazioni. Ne è derivato un lavoro interessante, ricco di punti di vista inediti che testimoniano la possibilità di traghettare il videogioco da una dimensione di puro divertimento a un territorio prettamente artistico.
Saturday, November 05, 2011
libro Cripte e incubi di Manuel Cavenaghi
Il cinema horror italiano è un po' come il jazz. Se non c'è qualcuno che ti aiuti ad orientarti in quel mare magnum, è difficile trovare le coordinate per apprezzarlo. Non si sa cosa cercare, quali nomi seguire, quali riferimenti scegliere. E se non si trova la guida giusta si rischia di perdersi per sempre qualcosa di molto interessante, almeno a detta di chi quei riferimenti li conosce.
Per il jazz non saprei consigliare una guida adeguata per iniziarvi alle meraviglie della musica di Miles Davis e di Ornette Coleman. Per il cinema horror italiano invece non ho dubbi e vi consiglio Cripte e incubi. Dizionario del cinema horror italiano di Manuel Cavenaghi (Edizioni Bloodbuster). Scritto con estrema chiarezza da un profondo conoscitore della materia, invita a vagare nei mille labirinti del cinema horror nostrano senza prescrivere alcun tipo di traiettoria precisa. In ogni scheda Cavenaghi dissemina delle parole chiave, degli indizi che spingono il lettore a costruirsi un proprio percorso, seguendo un filone, una poetica, una tendenza. In questo senso è molto più di un dizionario: infatti, oltre ad essere un libro di reference, da tenere su uno degli scaffali d'onore della libreria, è una guida per inventarsi una serie di viaggi in un mondo complesso e stratificato. Un mondo che non è solo appannaggio dei soliti grandi nomi (Argento, Bava, Freda, Fulci...) ma che riserva una serie di sorprese nascoste, da scoprire saltabeccando da una scheda all'altra, seguendo un'idea prefissata o lasciandosi sospingere dal caso, trovando le possibili relazioni tra Majano e Mastrocinque (passando per Franju), in un viaggio sempre diverso e sempre appassionante.
PS:
Il libro comprende anche un saggio di Stefano Di Marino sugli sceneggiati anni '70.
Per il jazz non saprei consigliare una guida adeguata per iniziarvi alle meraviglie della musica di Miles Davis e di Ornette Coleman. Per il cinema horror italiano invece non ho dubbi e vi consiglio Cripte e incubi. Dizionario del cinema horror italiano di Manuel Cavenaghi (Edizioni Bloodbuster). Scritto con estrema chiarezza da un profondo conoscitore della materia, invita a vagare nei mille labirinti del cinema horror nostrano senza prescrivere alcun tipo di traiettoria precisa. In ogni scheda Cavenaghi dissemina delle parole chiave, degli indizi che spingono il lettore a costruirsi un proprio percorso, seguendo un filone, una poetica, una tendenza. In questo senso è molto più di un dizionario: infatti, oltre ad essere un libro di reference, da tenere su uno degli scaffali d'onore della libreria, è una guida per inventarsi una serie di viaggi in un mondo complesso e stratificato. Un mondo che non è solo appannaggio dei soliti grandi nomi (Argento, Bava, Freda, Fulci...) ma che riserva una serie di sorprese nascoste, da scoprire saltabeccando da una scheda all'altra, seguendo un'idea prefissata o lasciandosi sospingere dal caso, trovando le possibili relazioni tra Majano e Mastrocinque (passando per Franju), in un viaggio sempre diverso e sempre appassionante.
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Il libro comprende anche un saggio di Stefano Di Marino sugli sceneggiati anni '70.
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