Da anni uno dei pilastri delle teorie del web 2.0 riguarda la condivisione, con tutta una serie di corollari, spesso accettati dogmaticamente, ma in effetti, a ben vedere, almeno un po' curiosi. Le parole chiave di questi modelli del nuovo (o meglio semi-nuovo) web sono, oltre a "condivisione", "gratis", "reputazione" e "visibilità". Giocando con questi elementi si sono costruite complesse teorie su cui sono stati versati fiumi di inchiostro, e al contempo, si è sviluppato anche un originale modello di business, basato per esempio sul neologismo di prosumer (producer + consumer) nonché, ovviamente, sullo scambio di know how e di idee per un pugno di visibilità. Questo, sintetizzando molto una questione che richiederebbe un notevole approfondimento, è il succo del discorso.
E se volete approfondire questo tema, il libro giusto è Felici e sfruttati. Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro, scritto da Carlo Formenti, uno più attenti e più lucidi studiosi internazionali delle nuove culture digitali (e non solo), e appena pubblicato da Egea.
Il libro di Formenti è uno straordinario strumento per chi voglia aprire gli occhi su un'ambigua - o perlomeno controversa- realtà, dove si tende a condividere i saperi ma mai i profitti, nel nome del web 2.0. Dopo tanti saggi sull'economia del dono e sulla necessità e il desiderio di offrire a tutti idee e progetti con modalità open source, le riflessioni di Formenti, così in controtendenza, appaiono come una ventata di aria fresca.
Nei vari capitoli Formenti smonta tutta una serie di assiomi a lungo accettati, mostrando che non tutto è così semplice come sembra, e che c'è sempre qualcuno che trae giovamento da situazioni apparentemente paritetiche.
Emblematico il paragrafo "Gratis? No grazie", dove tra l'altro si sottolinea come l'economia del dono vada di pari passo con la colonizzazione delle relazioni sociali, cui fa seguito quello profetico chiamato "La fine del Web", in cui si mette in discussione la presunta neutralità della Rete.
Sono concetti impegnativi, tesi mai scontate, che possono e devono dar vita a una discussione produttiva e che sicuramente serviranno a mettere le basi per il nuovo web, in grado di sostituire il 2.0, che per molti aspetti comincia ad apparire inadeguato, se non arrugginito.
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