Monday, July 20, 2009

Sarka e il tecnoromanticismo di Claudio Forti


Ma per parlare di Second Life e di mondi virtuali bisogna per forza far finta di essere degli uomini ipertecnologizzati, bisogna per forza immergersi nella fantascienza, essere dei duri in stile cyberpunk? O si può essere degli inguaribili romantici anche in un universo sintetico? Mi sono posto questa domanda dopo aver letto Sarka (Di Renzo Editore), il libro di Claudio Forti in parte ambientato in Second Life.
Ho avuto l'onore e il piacere di conoscere Forti su Facebook e così ho potuto leggere il suo romanzo con un contesto più ampio, che comprendeva alcune passioni del suo autore. Per esempio, sapevo che ha una predilezione per la lirica, e che ha scritto dei libretti d'opera. Sulla scorta di quell'elemento in più, mi sono gustato ancor meglio il romanzo, che è molto ben scritto e si legge tutto d'un fiato, come i romanzi ottocenteschi che ti prendevano dall'inizio alla fine.
Sì, perché Sarka è più vicino a Flaubert e a Balzac che a William Gibson o a Bruce Sterling: Forti ha avuto il coraggio di andare controcorrente. Invece di adattarsi a una letteratura di genere che alla fine appare scontata, soprattutto nei casi degli emuli, Forti ha coraggiosamente rovesciato il punto di vista e ha trasferito elementi totalmente futuribili, quali il mondo virtuale di Second Life, in un contesto melodrammatico di matrice pucciniana. E questa è la grande trovata.
Il romanzo di Forti mi fa venire in mente certe regie avanguardistiche di Peter Sellars (quello che ambienta il Così fan tutte di Mozart all'epoca della Seconda guerra mondiale), ma questa volta non si tratta di catapultare il passato nel futuro, ma di mettere in atto l'operazione inversa. Forti prende un mondo e un contesto decisamente futuribile e lo trasferisce in un'atmosfera languida che riecheggia il passato dei grandi romanzi d'amore e di passione. Non è un passato cronologico ma un'idea di passato: la narrazione si svolge ai giorni nostri ma il nostro tempo è popolato da personaggi che paiono usciti da Storia di una capinera o dalla Madama Butterfly. E Second Life incombe sullo sfondo. Second Life è complice, è la molla che provoca tutto.
Senza svelare nulla della trama, e soprattutto del colpo di scena finale, mi limito a sottolineare ancora una volta la grande intuizione di Forti, che ha coniugato romanticismo e tecnologia, un po' come facevano i Futuristi, evitando la facile e collaudata accoppiata mondi virtuali + fantascienza + freddezza totale.
in questo credo che Forti sia molto avanti. In effetti credo che i mondi virtuali come luoghi popolati da duri che solcano impavidi il cyberspazio con la cybersigaretta in bocca e il casco da astroviaggiatore calato sulle ventitrè sia roba da immaginario anni '80. I cowboy della Rete hanno fatto il loro tempo. Forse è ora di avere il coraggio di scoprire i buoni sentimenti e di raccontare delle belle storie come quelle di una volta anche nel web o nei territori di confine tra web e mondo vero. Perché è più dirompente un romanzo come quello di Forti che dieci variazioni sul tema della virtualizzazione sotto vuoto spinto.

Sunday, July 12, 2009

The users as purchasers and influencers

One of the most interesting issues of these years is the concept of “convergence culture” well theorized in the books written by Henry Jenkins.
Related to this concept is the idea of grassroot culture: there are many people creating their own novels, their films, their works of art. And the social networks and the virtual worlds provide them a good visibility: the web becomes a sort of window to display those new forms of expression.
There is a growing legitimization for these works, that belong to the fan fiction, to the art shown in Flickr, to the literature developed inside the web.
That’s one question. But there is another one.
All these people, who got a new cultural power through the web 2.0 are now potential artists. But in a next step, they could become responsible for the choices of the new directions of the class A culture.
I mean that instead of making their own experiments, these people could elaborate some concepts to submit to the professional creatives.
For example, some people think that we could need a new James Bond story with Ernst Stavro Blofeld and they think that this adventure should be shot in Alaska. Well, we could have an agency that gathers all this suggestions and transfers them to the film producers, in order to make the adventure these people would like.
Another example: a big group of fans would like that there were a remake of Gone with the Wind. Well, once again, this agency would make a sort of referendum and would tell the result to the right film company.
In a few words, this way the people of the web would assume the role of influencers and producers, defining the guidelines of what they really want.
I consider this research the natural evolution of the project Lives on Demand, that I launched two months ago. Me and my partners will keep on working on that project and we would be very glad to receive feedbacks and suggestions.

Gli utenti come committenti

In questi anni, come sappiamo, si è parla molto di culture generate dal basso. Si è scritto molto sulle persone che si scoprono un talento per un certo tipo di arte o di forma espressiva e che, grazie ai social network e ai mondi virtuali, riescono a presentare a una platea planetaria gli esiti delle loro ricerche. Questo è parte del web 2.0
Penso che però sarebbe interessante sviluppare queste potenzialità anche in un altro senso, proponendo a questi creativi di agire non da artisti ma da “influencers”.
Intendo dire che queste persone, oltre a creare personalmente delle opere d’arte o dei romanzi potrebbero dare indicazioni utili a chi opera già professionalmente.
Per esempio, oltre a inventarsi una fan fiction che racconta un momento della vita di un personaggio di un romanzo o del protagonista di una serie tv, ci si organizza e si chiede allo scrittore o al regista di turno di creare quel tipo di sviluppo o di spin off.
Finora l’industria della cultura e dello spettacolo hanno cercato di intuire i gusti dei lettori e degli spettatori, aiutandosi con inchieste e sondaggi.
Mi piacerebbe che lo stimolo a creare qualcosa arrivasse dal basso, in modo che gli utenti, dopo essersi cimentati come protagonisti, diventassero committenti.
Le masse di utenti e consumatori, organizzate grazie agli strumenti offerti dal web, diventano propositivi e suggeriscono cosa vorrebbero vedere e leggere, che si tratti di una nuova storia di Tex con Mefisto o di un nuovo film di James Bond con il Numero 1 della Spectre.
Recentemente ho varato il progetto Lives on Demand basato sulla creazione di personaggi immaginari a richiesta. Credo che ora quel progetto potrebbe evolversi e trasformarsi in questo senso, come agenzia che raccoglie le richieste di fan e artisti e le sottopone a case editrici e a case di produzione. E’ una specie di operazione di marketing a rovescio, generata dal basso, dove si toglie un po’ di potere decisionale all’artista demiurgo, avvicinandolo alla dimensione di artigiano, ma dove il pubblico diventa finalmente protagonista e soprattutto committente.