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considerations of an italian videogamer travelling in virtual worlds

Sunday, February 03, 2008

Vita di Isaia Carter, avatar




Se ricordo bene, una delle categorie delle Lezioni americane di Calvino è la leggerezza. E la capacita di muoversi con levità, senza dar fastidio a nessuno, senza farsi notare troppo, senza apparire ingombrante, è la caratteristica più evidente, la più grande qualità di Isaia Carter, l’avatar del romanzo eponimo di Cristiano de Majo e Francesco Longo (Vita di Isaia Carter, avatar, Laterza, 2008).

In Second Life si nasce adulti. E Isaia Carter è adulto, come tutti gli altri residenti, ma si muove con dolcezza, con la leggerezza del fanciullino di Pascoli. E’ molto educato, non dice mai una parola di troppo, non alza mai la voce in un mondo, Second Life, spesso sopra le righe, dove si usa parlare di sé col megafono della vanità. Isaia si muove nel virtuale a passo di valzer, non pesta i piedi a nessuno, magari rinunciando a qualche vantaggio offerto da un maggior networking, e curiosamente resta interdetto quando è costretto suo malgrado a danzare un valzer in controtempo, quando la musica è un’altra. Isaia accetta malvolentieri le costrizioni, i ritmi esistenziali contraffatti.

Sì, perché Isaia è dolce, forse un po’ timido, ma non ama farsi sopraffare dalle situazioni e dai conformismi esportati nel virtuale. Ha una sua parziale consapevolezza, che lo rende il primo vero eroe esistenzialista di Second Life.

Isaia Carter, che è nato adulto suo malgrado, non ha avuto il tempo e l’occasione di leggere Lo straniero, Il mito di Sisifo, La nausea e Il muro. Forse ha visto i titoli sul dorso di qualche biblioteca, in qualche isola. Ma spesso (non sempre) i libri in Second Life sono decorativi, come quelli, vuoti,venduti a metro, che si trovano nelle librerie dei negozi di arredamento e nelle case degli intellettuali virtuali. Forse Isaia quei libri non li ha letti, però ha incorporate nella sua coscienza di avatar tutte le domande che avrebbe potuto sollevare la lettura di Camus e di Sartre.

D’altronde, lui non ha certezze e non vuole arare con personali verità le isole di quel mondo fintamente effimero. Lui è leggero come l’aria, come una persona onesta e pura.

L’unica cosa che gli pesa sulle spalle è la sua condizione. Non gli va giù il fatto di non poter riuscire a capire tutto, anche quando è a un passo dalla verità, una verità che vale al di qua e al di là del monitor.

De Majo e Longo sono maestri nell’indugiare, nel trattenere Isaia a qualche centimetro da una rivelazione possibile. Forse lo fanno per lui, preferiscono non darlo in pasto alle bocche voraci spalancate nel Colosseo dei Linden, a quell’arena virtuale che fagocita quando prende le sembianze di una fotocopia della realtà, impietosa con personaggi troppo lievi e troppo indifesi.
Personaggi come Isaia, che è un eroe dolcissimo, che pare la versione 2.0 del Piccolo principe. Quest’avatar che fin dalle prime pagine si guadagna la simpatia sincera del lettore, è un Piccolo principe del XXI secolo, che assunte le sembianze di un adulto è rinato in un mondo virtuale, per sperimentare quanto sia difficile la vita in un’utopia morta giovane.

Lui fa domande, incontra, vuole sapere, con estremo riguardo, senza esigere niente da nessuno.

Gli altri invece chiedono, teorizzano, sanciscono mode e modi, decretano nuovi comportamenti, e a volte lo mettono alle corde. Lui non si scompone, si trattiene. Eppure, se sapesse cosa c’è dietro al nome che esibisce sulla testa, si renderebbe conto di qual compito sia stato investito. Lui, piccolo avatar semi-indifeso, porta il nome di un grande profeta, del figlio di Amos, che censurò senza mezzi termini l’egoismo, l’ignoranza e la sensualità, cose che abbondano in SL. Ma l’Isaia del romanzo è ignaro di ciò, e soprattutto non vuole essere un moralista. Tacciare quel mondo di lascivia, definirlo un ricettacolo di perdizione, sarebbe stato troppo semplice e banale. E poi l’hanno già fatto i media quando erano a corto di argomenti e di idee.

Del nome, abbiamo detto. Sul cognome le ipotesi da fare sono varie, sapendo che gli autori si sono solo potuti avvicinare al cognome che avrebbero voluto, dato che l’ufficio anagrafe dei Linden non è così prodigo di cognomi.

Carter perché si avvicina a Cartesio, a Descartes? Oppure Carter come Nick Carter, o Carter Dickson, nomi legati alle indagini dei romanzi polizieschi del ‘900? O forse in omaggio a Howard Carter, il grande archeologo, visto che chi entra in SL lavora sull’archeologia del sapere?

Chiedetelo pure a Isaia, spesso lo trovate online. Lì potete anche vedere come è fatto.

Sì, perché nel romanzo invece fa l’impressione di un avatar semi-invisibile. Non si mette in mostra e non vuole farsi notare. In tal modo riesce a confondersi con il virtuale, come se si muovesse in uno schermo traslucido, sui fondi usati in certi programmi televisivi per simulare l’invisibilità. Isaia Carter è uno di quei personaggi letterari difficili da inquadrare. E’ cugino di primo grado di Miles e Flora, gli inquietanti giovinetti del Giro di vite di Henry James, e si muove come un semi-fantasma nel mondo virtuale.

Alla gente tutto questo non aggrada. Nel virtuale è un privilegio troppo grande poter trasparire solo in filigrana, rendendosi visibile quanto basta. E allora ecco che più di un residente cerca di strappargli l’unico vero privilegio che si possa avere in un mondo sintetico. Qualcuno usa l’arma della seduzione, altri lo vorrebbero costringere a impegni coniugali vissuti come un debito verso la società, altri ancora vorrebbero incutergli timore, propinandogli visioni apocalittiche a buon mercato.

Ma Isaia, che è tutt’altro che un avatar senza qualità, non dà peso a tutte queste minacce. Lui è un animo buono e apparentemente semplice, come certi personaggi delle fiabe di Grimm e di Andersen. Tanto buono che a un certo punto decide di rinunciare addirittura alla sua leggerezza calviniana e si traveste da orso. Ma subito si rende conto di non riuscire ad essere grossolano, di essere nato aggraziato, di non essere in grado di adeguarsi alla situazione, di non capire la grammatica del banale.

E rimane in questo stato di grazia per ore, per tutto il tempo della lettura, accerchiato da personaggi goffi e da freaks alla Twin Peaks che afflosciano giorno dopo giorno il tendone del circo dei Linden.

Ma lui si salva, malgrado tutto e tutti, perché è invisibile agli occhi di chi non sa vedere. Si muove lieve, e quando si muove non si vede quasi nulla. Si nota soltanto la kippah, il copricapo ebraico che porta in testa. Il copricapo che forse potrebbe spiegare e spiegargli tutto, la chiave di una insostenibile leggerezza che è anche spiritualità, un simbolo importante di una fede che non si spiega facilmente.

Isaia, con la consueta educazione, non reclama risposte. Sente che la kippah lo fa stare bene, lo mette a proprio agio, e questo gli basta. O forse vorrebbe sapere, ma ha drammaticamente coscienza dei propri limiti, che non gli permettono di spingersi oltre.

Tuttavia de Majo e Longo non sono caduti in un facile trabocchetto, che li avrebbe portati a creare l’ennesima variazione sul Pinocchio di Collodi o sui robot di Asimov, gente con una coscienza imprigionata in un corpo di legno o di ferro.

Isaia è un’altra cosa, è un avatar. Un personaggio “candidamente” indipendente da chi l’ha creato, uno che non è il tramite o il portavoce di creatori nascosti dietro le quinte a sparare pallottole di morale e luoghi comuni. No, qui gli autori non si sentono proprio, hanno lasciato veramente libero il loro personaggio, e non cedono alle sirene di un facile moralismo.

Isaia si muove con grazia, scivola con leggerezza tra le sim, senza certezze da imporre. Lui vaga con un giusto senso di ansia e di inquietudine, forte del suo inventario fuori dal normale, dove si trova anche un’anima vera. E una kippah magica nuova di zecca.

Mario Gerosa

1 Comments:

Blogger roxelo said...

Sono molto colpita da questo racconto, quasi commossa dal pathos che emana da Isaia, l' avatar dolce e schivo che accarezza l'anima. Questo avatar è un'opera d'arte! Forse anche il libro lo e mi è venuta una gran voglia di leggerlo.

3:37 AM  

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